Prospettive sul petrolio: perché la geopolitica non basta a far salire il greggio
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Un tempo gli shock geopolitici facevano schizzare i prezzi del petrolio, ma secondo gli analisti quel playbook non funziona più da solo. Nonostante la rimozione drammatica del presidente venezuelano Nicolás Maduro e la promessa del presidente Donald Trump di riportare le major petrolifere statunitensi nel paese, i prezzi del greggio hanno reagito a malapena. Il petrolio di riferimento statunitense è rimasto vicino a 57 dollari al barile, mentre il Brent ha scambiato poco sopra i 60 dollari, livelli vicini ai minimi degli ultimi cinque anni.
Secondo gli analisti, la spiegazione risiede nella struttura del mercato più che nella politica. L’offerta globale rimane abbondante, la crescita della domanda è debole e la capacità inutilizzata altrove può assorbire eventuali interruzioni. Finché questo equilibrio non cambierà, gli eventi geopolitici potranno generare titoli sui giornali, ma faticheranno a produrre rialzi sostenuti per il greggio.
Cosa muove i prezzi del petrolio?
La forza dominante che plasma le prospettive per il petrolio è l’eccesso di offerta. Il mercato globale sta già affrontando un surplus di barili mentre l’OPEC+ mantiene stabile la produzione e i produttori non OPEC, guidati dagli Stati Uniti, continuano a pompare a livelli record o quasi. I prezzi del greggio statunitense sono scesi di circa il 20% lo scorso anno, a conferma della resilienza dell’offerta di fronte a tendenze di consumo più deboli.
Il cambiamento politico in Venezuela aggiunge incertezza, ma non scarsità immediata. Il paese attualmente produce circa 800.000-1,1 milioni di barili al giorno, in calo rispetto a oltre 3,5 milioni di barili al giorno al picco della fine degli anni ’90. Anche gli scenari più ottimistici prevedono una ripresa lenta, che richiederà anni di investimenti e una governance stabile prima che volumi significativi tornino sui mercati globali.
Perché è importante
Per trader e policymaker, il tempismo è fondamentale. I mercati petroliferi prezzano ciò che può essere consegnato ora, non ciò che potrebbe essere prodotto tra cinque anni. Sebbene il Venezuela detenga le maggiori riserve provate di greggio al mondo con 303 miliardi di barili, tali riserve restano vincolate da infrastrutture deteriorate, sanzioni e rischio politico.

Il responsabile della ricerca sul petrolio di Goldman Sachs, Daan Struyven, ha descritto l’impatto della rimozione di Maduro come ambiguo nel breve termine. Un allentamento delle sanzioni potrebbe portare a un aumento della produzione, ma restano possibili interruzioni a breve termine e qualsiasi ripresa sarà probabilmente graduale. Nel frattempo, le condizioni di surplus continuano a dominare il processo di formazione dei prezzi.
Impatto sul mercato del petrolio
L’implicazione pratica è un tetto ai prezzi piuttosto che un pavimento. Gli analisti stimano che anche un pieno allentamento delle sanzioni potrebbe riportare solo alcune centinaia di migliaia di barili al giorno nel primo anno, supponendo una transizione ordinata del potere. Tale aumento sarebbe facilmente compensato dalla crescita marginale dell’offerta altrove.
Questa dinamica spiega perché il Brent è sceso brevemente sotto i 61 dollari prima di stabilizzarsi e perché la volatilità è rimasta contenuta. Come osservato da Capital Economics, qualsiasi interruzione venezuelana può essere assorbita dalla capacità inutilizzata, soprattutto perché l’OPEC+ difficilmente stringerà l’offerta in modo aggressivo finché la crescita della domanda resterà incerta.
Prospettive degli esperti
Guardando avanti, gli analisti si aspettano in gran parte che il petrolio rimanga in un range con rischi al ribasso. Capital Economics prevede che i prezzi del greggio scenderanno verso i 50 dollari al barile nel prossimo anno, poiché la crescita dell’offerta globale continua a superare la domanda. Una ripresa venezuelana di successo rafforzerebbe questa traiettoria piuttosto che invertirla.

L’incognita principale è l’esecuzione. I dirigenti del settore stimano che servirebbero circa 10 miliardi di dollari l’anno per riabilitare il settore petrolifero venezuelano, e solo un ambiente politico stabile sbloccherebbe quel capitale. Finché gli investitori non vedranno riforme credibili e un allentamento duraturo delle sanzioni, il petrolio venezuelano resterà una storia di lungo termine in un mercato focalizzato sugli equilibri di breve periodo.
Punto chiave
Il dramma geopolitico non garantisce più prezzi del petrolio più alti. Con un’offerta globale abbondante e una produzione venezuelana distante anni da una ripresa significativa, i fondamentali continuano a limitare il potenziale rialzista del greggio. Finché la domanda non si rafforzerà o i produttori non taglieranno l’offerta in modo più aggressivo, gli analisti si aspettano che il petrolio resti sotto pressione. I trader dovrebbero monitorare la politica sulle sanzioni, la disciplina dell’OPEC e i dati sulla produzione statunitense per il prossimo segnale decisivo.
Prospettive tecniche sul petrolio
Il petrolio statunitense resta sotto pressione nel breve termine, con il prezzo che fatica a recuperare slancio sopra la zona di resistenza 57,47–58,40, mantenendo la struttura generale orientata al ribasso. I recenti tentativi di stabilizzazione sono stati accolti da nuove vendite, e il prezzo ora si aggira poco sopra l’area 56,40, con il supporto a 55,37 che funge da pivot chiave al ribasso.
Gli indicatori di momentum rafforzano questa visione cauta: l’RSI è sceso sotto la linea mediana, segnalando un indebolimento del momentum rialzista, mentre il prezzo continua a scambiare sotto il cluster di resistenza chiave. Le Bollinger Bands suggeriscono che la volatilità resta elevata, ma senza una chiara direzionalità.
Una rottura sostenuta sotto 55,37 potrebbe aprire la strada a vendite più profonde guidate da liquidazioni, mentre qualsiasi recupero richiederebbe un movimento deciso sopra 58,40 per invertire il bias di breve periodo.

I dati sulle performance citati non costituiscono una garanzia di risultati futuri.